Cauzione sui vuoti

Cauzione sui vuoti

Nel mese di ottobre dell’anno scorso ho già toccato il problema dell’usa e getta, con tutto ciò che comporta, ma oggi vorrei affrontare l’argomento da un’altra prospettiva.

Quello dell’usa e getta è un grosso problema del quale vediamo gli effetti negativi ovunque volgiamo lo sguardo. Ormai troviamo bottiglie di plastica e vetro, lattine, bicchieri e piatti di plastica sparsi dappertutto, anche nei posti più difficili da raggiungere e nei mari più lontani dalla civiltà, trasportati dalle correnti marine. L’impronta negativa dell’essere umano si trova anche dove questo strano essere autolesionista non ha ancora messo piede.

È vero che c’è la raccolta differenziata ma, se vogliamo essere onesti, dobbiamo riconoscere che sfugge a questa pratica una quantità ancora enorme di rifiuti, a causa della nostra incuria e noncuranza. È un gesto normale per ancora troppe persone abbandonare qualunque tipo di rifiuti ovunque, compresi quei pochi angoli di natura ancora incontaminata, senza essere assalite da alcun senso di colpa. La raccolta differenziata presuppone innanzitutto l’impegno di chi conferisce i rifiuti a differenziarli in modo corretto, ma questo purtroppo non avviene e i motivi possono essere solamente due: o siamo incapaci di distinguere le varie tipologie di rifiuti (carta, plastica, alluminio, stoviglie di materiali compostabili, per citare i più comuni), oppure non ci interessa farlo perché riteniamo che il nostro tempo sia troppo prezioso per sprecarlo in queste sciocchezze e preferiamo spenderlo in altre attività più futili. Nel corso di eventi come fiere e feste, soprattutto quando prevedono la ristorazione, si può notare che molta gente non si premura di leggere quale tipo di rifiuti conferire nei vari cassonetti e li mischiano indiscriminatamente. Questo colpevole gesto di inciviltà vanifica così l’impegno col quale la maggioranza delle persone differenzia i rifiuti poiché alla fine diventa inevitabile che tutto finisca nell’indifferenziato.

L’obiettivo principale deve essere quello di ridurre l’enorme quantitativo di rifiuti che finiscono in discarica e, a tal fine, è indispensabile abbandonare il concetto di produrre qualcosa per utilizzarlo una sola volta perché questa pratica, oltre a creare i problemi appena citati, è assurda sia dal punto di vista della sostenibilità ambientale che da quello economico, e fa parte di un modello che non possiamo più permetterci di perseguire.

Abbandonare il monouso non è però realizzabile nel breve periodo sia per la resistenza di quelle aziende che hanno fondato il loro business su di esso, che continuano a richiedere proroghe a eventuali normative volte a limitarlo, sia perché i consumatori lo trovano più comodo e non sono propensi a rinunciarvi. Considerando però che gli interessi collettivi devono prevalere su quelli più particolari, bisogna perlomeno applicare il principio che chi inquina o crea dei problemi paga e, quindi, caricare sui prodotti i costi derivanti dal loro impatto ambientale, sia direttamente sui produttori, che sui consumatori aumentando il prezzo finale in modo da indirizzare le scelte su quelli meno impattanti.

L’imperativo, però, è al momento quello di combattere il cosiddetto “littering”, vale a dire la dispersione dei rifiuti nell’ambiente, che provoca danni molto gravi, spesso irreversibili.

I sistemi possono essere diversi. La strada maestra da percorrere dovrebbe essere quella di educare i cittadini a comportarsi responsabilmente, avendo consapevolezza delle conseguenze di alcuni loro gesti. Quest’impresa, però, è molto ardua in considerazione del fatto che l’essere umano tende a privilegiare la propria comodità e il proprio interesse personale rispetto a quello collettivo. Si potrebbero prevedere delle sanzioni per chi abbandona anche solo una bottiglietta di plastica fuori dai contenitori per rifiuti, ma misure del genere sono inapplicabili per ovvi motivi e andrebbero comunque a intercettare una insignificante percentuale di chi compie questi gesti.

L’unico modo che potrebbe far cambiare atteggiamento alla gente, inducendola a prestare più attenzione, rimane quello di addebitare ai comportamenti non virtuosi un costo già all’origine, senza ricorrere a una multa, che non avrebbe alcun effetto deterrente. A tal fine serve applicare una cauzione sul prezzo di vendita delle bevande confezionate sia in contenitori monouso, siano essi di plastica, vetro o alluminio, che in quelli riutilizzabili. Questa cauzione verrà restituita all’acquirente quando restituisce il contenitore nei punti di raccolta, mentre rimarrà a carico di quelli che decidono, in piena libertà, di disfarsene in un modo diverso.

Naturalmente c’è chi si oppone adducendo il fatto che c’è già la raccolta differenziata e non è il caso di complicare la vita ai consumatori e alle aziende, ma con la cauzione si crea un sistema di riciclo a circuito chiuso, da bottiglia a bottiglia o da lattina a lattina, che dà una resa maggiore e migliore e, in più, si ridurrebbe l’abbandono di questi contenitori, perché ciò comporterebbe un costo per chi lo fa, visto che non recupererebbe la cauzione.

Tra l’altro si instaurerebbe un circolo virtuoso di gente bisognosa che si attiverebbe per raccogliere bottiglie e lattine lasciate in giro per consegnarle ai punti di ritiro per ottenerne un piccolo ritorno economico.

A questo proposito ricordo che già negli anni ’90 in Danimarca avevo notato che i giovani giravano con cassette di legno nelle quali raccoglievano le bottigliette vuote della birra che bevevano, per riconsegnarle e avere indietro la cauzione, che era piuttosto alta.

In Europa e nel mondo ci sono già molti Paesi che applicano questo sistema e prossimamente vedremo più nel dettaglio le sue caratteristiche.

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